Resta

È un respiro faticoso che accenna un ricordo. Due. Tre. Innumerevoli ricordi. Così il tempo ci mette in riga, sfasciando l’illusione dell’immobilità, portandoci ovunque e da nessuna parte, rievocando quello che è stato e decidendo quello che sarà. Il tuo posto è così distante che non riesco a calcolarlo. La tua voce così sottile nella mia memoria, i tuoi passi così lontani da voler rincorrerli e ripercorrerli. Resto. Perché è l’unica cosa che posso fare. Che so fare. Cammino tra le cose che siamo stati, tra i giorni di risate, di insulti e di amore. Malcelo disillusione e rabbia. Il non poterti vivere. Il non poterti dire che oggi sono un’altra, che oggi mi appartengo, che sono diventata grande, la spiritosa di sempre, ma una spiritosa grande. Nuvole che ti fanno da binocoli. Puoi vedere i miei passi, allaccia bene le scarpe, sono faticosi i sogni propri, figuriamoci quelli degli altri. Sto portando nei miei mondi i tuoi principi, li ho fatti miei, li ho resi moderni, concepibili e innovativi. Sto portando tra la mia gente gli occhi tuoi, loro non distingueranno, noi vedremo doppio. Sto vivendo nel mondo che tu non mi hai lasciato in eredità, perché tu mi parlavi di vecchie Fiat e pantaloni a campana. Tu mi parlavi di sigarette e di fuitine. Tu mi parlavi del lavoro e dell’umiltà. Tu mi parlavi di radio alla macchina e di cinema all’aperto. Sto vivendo nel tuo giorno però. Ho perso quasi tutte le tracce di quello che eravamo, ma i segni del passaggio ci sono tutti. Non so neanche come ci si deve comportare con tutto questo amore che mi porto addosso e che destino a te. Non so neanche se può bastare un buon compleanno detto così, come amavi che fosse, come ai vecchi tempi, quelli che se ne stanno nascosti tra gli angoli e la polvere, buoni solo per la naftalina o per qualche momento di lucida malinconia. 

La Vita non è affatto una piccola cosa.

“Sentirai un po’ di bruciore all’inizio, poi più niente.” Quel momento è durato un’eternità, non lo saprei distinguere dagli attimi prima e da quelli dopo. Non avevo più il controllo su di me, altri lo avevano al mio posto. Ho cercato di pensare alle cose più belle. Mi è venuto naturale così. Quando ero piccola e avevo paura del dentista, mia mamma mi diceva “pensa ad un cono gelato enorme con i tuoi gusti preferiti” e puntualmente funzionava. Ci ho provato anche questa volta. Ho pensato ad un cono gelato enorme. E mi sentivo così bambina, come quelle volte sulla sedia del dentista. E mi sentivo così grande, così cambiata, e avrei voluto urlare “mamma!” a dimostrazione che no, certe cose non te le perdi, te le porti dietro per sempre, certi momenti sono perfette sincronie pronte a farti accorgere di essere la bambina di sempre, la tenera moretta dai toni scherzosi che desidera solo affetto. Poi non lo so cos’è successo. Ho sentito il sonno salirmi ovunque, chiamavano il mio nome ed io ero talmente impotente che imploravo il cervello di dare input alla mano o a qualsiasi altra parte del corpo per far capire loro “Sono qui, vi sento!” Ma le voci erano sempre più roboanti, più lente e più distorte. E lì è iniziato una sorta di Viaggio. È durato una frazione di secondo l’attimo che mi ha separato dalla realtà. Sembrava infinito ma sapevo che era piccolissimo. Ho visto davvero il Bello, l’inaspettato, il perfetto. Di colpo, chiusi gli occhi e perso il controllo del mio corpo, stavo vivendo una Vita parallela. Ed era tutto naturale. Camminavo. Facevo fatica a tenere gli occhi aperti. La luce non era di questo mondo. Era potente. Chiara. Forse bianca. E rendeva tutto nitido e senza sbavature. Tutto sembrava vivo, pieno, gonfio e rigonfio di speranza, azzarderei dire celestiale. Non so perché sono finita lì, in quel posto che non aveva nomi e in mezzo a quella gente che aveva volti mai visti prima. Sorridenti, pacati, benevoli. Ognuno aveva il suo lavoro da fare ed io ero appena arrivata ma sapevo già le mie mansioni. Mi sentivo amata. E non mi sentivo persa in quel labirinto di luce che avrebbe dovuto soltanto destabilizzarmi. Non so quanto, ma ho dovuto metterci parecchio coraggio per tornare indietro, per capire che non era lì che sarei stata per ora. Eppure era il mio posto. Lo sentivo Casa. Ma paradossalmente non lo era. Poi il verde. Misto ad un azzurro tenue. E lo strano ritorno alla gravità, al presente, all’adesso. Alla mia destra l’ultima persona che avevo visto, che i miei ricordi stava rimettendo a fuoco. Ho strizzato gli occhi, è stata la prima azione naturale che mi è scappata agli impulsi. “È andato tutto bene, sei stata brava!” E forse mi è scivolato un sorriso. Un giorno e mezzo, forse due giorni mi sono serviti per ritornare completamente sveglia in tutte le mie funzioni. E mi sono portata dietro quella luce che avevo visto e quei sorrisi che mi erano stati regalati. Non lo so dove sia stata la mia mente in quegli attimi, però sentivo come una specie di tristezza, di desolazione, come uno strano ed umano volerci tornare. C’era mia mamma, mi sorrideva come quando aspettava nella sala d’attesa del dentista. “Ho pensato al cono gelato enorme, Mamy”, le ho detto. Lei ne era sicura, dice che da piccola era l’unico pensiero che mi calmava. Poi ho pensato alla mia Vita. Ho pensato che non avrei più avuto paura di una cartella clinica, che “è andata bene” è il valore più importante in mezzo a decine di valori analizzati. Ho pensato a quante volte sono stata male e ho sbagliato, alle volte che mi sono buttata via. Ho pensato che mi sarei perdonata di tutto, di quegli errori da umana, da donna e dalla bambina che mi porto dentro. Ho pensato a quanto è buono l’odore del caffè alla mattina, sentire il borbottare della moka mentre pospongo la sveglia e dire l’ennesimo “non bevo caffè ma quanto è buono questo odore”. Ho pensato a tutte quelle volte che mani esperte e piene d’amore mi hanno riempito di carezze, a quelle stesse mani che non sento più, che per colpe o meriti sono così distanti da avermi creato macigni di dolore. Ho pensato all’amore. Per se stessi. Per tutte quelle persone che non sanno più cosa inventarsi per farcelo capire. Ho pensato alle passeggiate al mare la mattina presto per respirare la salsedine. Alla pasta con il sugo di mamma. Agli aperitivi con la mia gemella, ai momenti unici ed irripetibili che soltanto lei sa regalarmi. Ho pensato alla mia famiglia, agli amici di sempre e a quelli che sono venuti dopo e che mi hanno fatto da seconda famiglia. Ho pensato alle cose inutili. Al viso struccato, ai vestiti, alle pantofole della Disney. Ho pensato che anche prima sapevo tutto questo ma viverlo era totalmente differente. Ho pensato al senso di tutto e al tutto del senso e mi è venuto da piangere e poi da ridere. Ché sono passati millenni e ne passeranno altri, ché sono passati studi e ne passeranno altri, ma certi misteri sono scritture nella roccia, sono perfetti così, irraggiungibili così. Quello sbattere gli occhi, sentire i miei polmoni respirare, l’esserci. Ho sentito che c’ero. Ero ancora io. Ero ancora lì. E tutto era arrotolato dentro ad un senso di felicità. Tutto ad un tratto il nulla mi bastava. Respiravo. C’ero. Era tutto quello che dovevo avere. Era tutto quello che avrei voluto per regalo. E tutte le mie paure chiuse dentro quella cartella clinica. Il sorriso enorme di chi ci aveva creduto “hai mosso le dita, so che non te ne sei accorta ma noi abbiamo capito che non eri ancora addormentata”. Sono stata capace di dire soltanto un flebile “grazie” e non so precisamente a chi fosse rivolto. So che era pieno, chiunque lo avrebbe potuto afferrare, forse era per tutti, perché tutti ce lo meritiamo, perché la Vita è sì una ragnatela di solitudini, ma è anche una ragnatela di affetto, di dna connessi, di occhi che sembrano persi perché sconosciuti ma appartenenti allo stesso filo. La Vita può sembrarlo, certe volte, ma non è affatto una piccola cosa. 

Di a da in con su per tra fra 

La notte fa rumore. Più rumore di un ‘mai più’. La notte scava come acqua minacciosa. La notte affonda le sue dita così convinte di toccare giù, così giù, dove non c’è più gravità. La notte è dei giusti, di chi si fa le domande vere. Dei coraggiosi, di chi non ha paura di svelarsi. La notte è di chi si conosce, di chi si è promesso fedeltà. La notte parla. Lingue e segnali, luci, intermittenze, ombre e rumori inediti, un po’ più in là. La notte dondola, sorride, accarezza, inciampa, sfugge, fugge, si fa pagare. La notte è una puttana con le calze a rete, è una stronza che ti fa vedere quello che vuole ma poi te lo nega. La notte è un paio di manette nelle tasche bucate di chi ci mette la faccia. La notte è l’animale più debole che aspetta la morte del più forte, è riverenza senza merletti che coprono gli occhi, è pozzanghera che non fa da specchio ma fa da fango. La notte è una bussola senza ago, un disegno senza contorni, una storia senza finale, una via senza nome, un muro da imbrattare, un futuro da inventare, un taglio senza pietà, un sassolino felice nella scarpa. La notte è mamma. È dolce e premurosa. È lucida ed attenta. Coccola. Protegge. Insegna. La notte è la x di un analfabeta, la scelta di un egoista, l’ombra gigante di un pentimento, il sorriso docile di una carezza, la scena in pausa di un telefilm. La notte è un numero che non verrà mai estratto, una logica mai dimostrata, un cappello all’insù, pioggia mai scesa, un carnevale di solitudini e tenerezze. La notte è. La notte sa. La notte di. A. Da. In. Con. Su. Per. Tra. Fra. 

Quindici Luglio Duemilaquindici

Tenevo stretta la mano di Clara, aveva una presa che non mi avrebbe mai mollato. Eravamo in silenzio, da sole nei sedili posteriori di una macchina scura, sull’A24. La radio spenta. Nessuna voce ad interrompere i pensieri, come se parlare fosse irrispettoso nei confronti di tutto. Guardavo fuori. Tutto scorreva quasi a duecento all’ora, anche i miei desideri, anche le mie paure. Gli Appennini al tramonto d’estate sono così affascinanti, riuscii a pensare. Ogni chilometro in meno era un vuoto in più, dentro la collezione di vuoti che la chiamata di mamma aveva scavato in dieci secondi di conversazione. Poi guardavo Clara. Non una smorfia, un sorriso, una lacrima. Fredda con il mondo, mi proteggeva con il suo calore, lo sentivo pulsare dalle sue vene e arrivare alle mie. Per un attimo rividi quelle mani attorcigliate piccole, piccolissime. Perché io e la Clara ci siamo sempre tenute per mano, sempre. E poi mi sorpresi di quante cose riuscissi a pensare in quegli attimi che sapevano di ferro. Di ferro e di ruggine, quella di cui sa il sangue, quando capita che ti ferisci.
Babbo, già non c’eri più. 

Voglio raccontarti come è andata, perché è stato l’ultimo viaggio che ho fatto finalizzato ad incontrarti. Devo ammettere che ti sei fatto trovare un po’ diverso, in una condizione a me ancora umanamente incomprensibile. 

Babbo, Clara me lo aveva detto che dovevo essere molto forte, ma io non capii il reale significato di quella parola fino a quando non l’ho dovuta attaccare sulla pelle. E ancora oggi non so se l’ho ben compresa, perché vedi, babbo, la forza è una roba trasparente, e ti sembra non averne mai e invece si mischia alle molecole. Perché certi sentimenti giocano a nascondino, tu questo non me lo avevi detto, ma poi l’ho scoperto da sola, ora lo so, ora lo so come si fa. 

Ho contato i passi del corridoio. Erano diciotto. Ho contato i battiti del cuore. Erano ottantanove. Ho contato le dita che avevo. Erano quindici, perché attaccate c’erano ancora quelle di Clara. 

Ricordo la luce bianca, un neon mal funzionante che mi rendeva la realtà psichedelica. C’erano tante persone, volti, singhiozzi, silenzi immensi più del cielo. 

Poi tu. 

La natura ci toglie la radice. Ci toglie quello da cui abbiamo mangiato e bevuto. Ci taglia. A pezzi. Per farci sentire i contrasti. Ci taglia perché è regista. Il suo film è vedere come lavorano le nostre piastrine. 

Babbo, le mie piastrine ancora non bastano per ricucire la ferita più grande che mi sia stata inferta. Come è possibile che la mia stessa Vita abbia sguainato il colpo fatale a se stessa? Come è possibile ridursi a sangue, a sangue e a passi falsi, di fronte alla mutilazione di una parte vitale, come lo sei tu?

Sono passati sei anni. Sei anni è solo tempo che non riesco a perdonare. Sei anni che ogni anno mi chiedo quanta distanza sia intercorsa tra la nostra ultima volta e il mai più. Ho perso il conto dei giorni. Ma ancora sono in gioco in questa partita a scacchi. E non me lo avevi detto, babbo, che al re non è assegnato un valore o che gli è assegnato un valore infinito, dato che la sua perdita comporta la sconfitta, ma ho imparato anche questo. Ho imparato a dire “non ho perso il mio babbo” perché vorrebbe dire che sono stata sconfitta. Ed io no, io a queste cose umane non ci credo. 

Oggi voglio ridurre ad icona questo dolore che mi riveste le costole ogni mattina, e ti sorrido. 

Mi dicono che cammino come te ed io rispondo “speriamo di no, lui aveva le gambe ad o come i calciatori” ma poi, dentro di me, qualcosa si muove dalla felicità. 

Ci sono tre o quattro momenti che su tutti ho imbalsamato nel mio personale museo mentale. Quando, mentre scrivevo sul mio diario ai piedi del tuo letto gli ultimi giorni in tua compagnia, mi hai guardata e mi hai detto “Ti sta bene il bianco, vestiti sempre di bianco”. Ti feci notare che era estate e che portavo spesso il bianco. “Non me n’ero mai accorto prima che ti stesse così bene.” Quando, durante i primi giorni in quella nuova breve casa che fu l’ospedale, abbiamo fatto una passeggiata insieme ed io non sapevo veramente cosa dirti e tu hai esordito: “Che c’è, non stai mai un attimo in silenzio ed oggi non parli? Aggiornami sull’Inter ché non ho la tivù.” Ed io mi inventai una campagna acquisti dell’Inter, che poi, a maggio dell’anno dopo, vinse la Champions. E quando, verso i diciassette anni, un giorno mi portasti a vedere la casa dov’eri cresciuto, al paese. Era domenica. Odore di sugo dalle finestre. Odore di bucato e di camicie stirate tra i vecchi al bar. Mi hai fatto vedere la tua finestra e raccontato un po’ del tuo mondo, le diversità, le difficoltà. Ed io, sfacciata con i tuoi ricordi, ti dissi: “Babbo, però sono le due meno venti, se non rientriamo a casa mi perdo il giro di ricognizione di Valentino Rossi!” e tu non mi risposi. Non so perché. So soltanto che Valentino vinse la gara ad Assen e che il lunedì dopo andammo al mercato e mi comprasti il telo con Vale e la moto. L’ultimo, quando in un sabato pomeriggio di pioggia mi hai abbracciata. Credo fosse l’unica volta. Avevo lasciato un moroso e mi sentivo in colpa e piangevo come una disperata. “Vieni qui, non è successo niente”, poi il tuo calore sperato. 

Babbo, non amo la matematica e non amo esporre le quantità, ma voglio che tu sappia che sei ovunque, la tua voce, i tuoi passi, il tuo odore, il tuo fumo. Voglio dirti che non siamo stati perfetti, nè io come figlia, nè tu come padre, e forse ci portiamo addosso troppe differenze, troppe cose non dette, troppi silenzi, troppi litigi, troppi sorrisi malcelati. Mi porto addosso il non essere stata in grado di dirti quello che stava succedendo. Mi porto addosso i diciannove anni, che non erano tanti per subire una mancanza così. Mi porto addosso ogni cosa diversa, ogni sabato mattina che ti sentivo fischiare “Piazza Grande”, ogni percorso di racconti adolescenziali casa-fermata del bus. Mi porto addosso tutti quei momenti in cui avrei voluto ma non ho fatto. In cui dovevo esserci ma sembravo nascosta. E parlo di abbracci, e parlo di assensi, e parlo di pareri. E parlo di bene. 

Ma volevo dirti che contro tutte quelle differenze c’è un motivo. E che se è vero che già una nota fa musica, allora un motivo, da solo, basta. Per amarti. Basta. Per non dimenticarti. 

Tornerò 

Ti lascio perché ci siamo date tutto, consapevolmente. Ti lascio perché ti ho amato come si amano le cose perfette, quelle vere, ché la verità ti rende libero ma prima ti stravolge. Ti lascio ma rimaniamo amiche, ché non parlarsi più non ha davvero alcun senso. Ti lascio perché voglio vederti intatta per sempre, mentre le mie intenzioni ti rovinerebbero soltanto. Roma, prima di lasciarti ti ho girata a piedi senza sosta, tra le cose che mi hai regalato e quelle che mi hai tenuto nascoste, e credo fortemente che il nostro addio meriterebbe di più di un semplice tour nelle cose che mi perderò. E cerco tra questa confusione di sensazioni quella che più possa rappresentarci, e mi sento come quando vorresti dire mille cose e vorresti farne altrettante, ma non ricordi più cosa dire o cosa fare. Quelle amnesie che ti fanno da attenuante, che ti danno il tempo di respirare e di avere un attimo di pace. Darsi il tormento, in fondo, è un bel modo di amare.

Cosa posso chiedere ad una signora come te, sempre così elegante e raffinata, così dolce e così passionale, così incazzata quando i poeti non escono al tramonto. Cosa posso chiederti se non custodire come fossero in una teca di cristallo tutti i miei duemilacentonovanta giorni con te, uno ad uno, come se fossero figli di una Vita che ti è appartenuta. Abbi cura delle mie giornate con te, delle volte in cui ti ho abbracciata, la sera, mentre i miei amici bevevano mojito scavando illusioni. Abbi cura della mia università, delle mie giornate di studio, intense e faticose, leggere e piene di sorrisi e voglia di fare. Abbi cura di tutti i miei amici, di quelli che sono stati di passaggio, di quelli che sono diventati famiglia, di quelli che poi se ne sono andati, veloci contro i sogni, sperando di non schiantarsi mai. Abbi cura delle mie passeggiate notturne, delle lune dai tetti, delle volte in cui ti ho creduta senza esitazioni, delle volte in cui volevo buttarti via. Abbi cura dei miei sogni, di quelli che ho fatto sulle panchine dei parchi, sotto la porta di qualche fornaio alle tre del mattino, aspettando il nuovo giorno insieme all’odore del pane. Abbi cura delle piazzette, delle corse in scooter lungotevere, degli amori che mi hai concesso, delle cazzate che poi ho fatto, abbi cura dei miei vent’anni, del mio fisico modificato, del mio carattere fortificato. Abbi cura dei miei lati oscuri, delle mie lacrime di mancanza e di oblio, dei miei arrivi e delle mie partenze. Abbi cura del mio coraggio, del mio andarmene, del mio “prima o poi ritornerò”, del mio chiederti perdono per non essere stata migliore di questa. 

Grazie perché, dopo tutti questi anni, sei stata capace di non svelarmi il tuo segreto. Grazie perché non mi hai chiesto nulla, mentre io prendevo soltanto. Grazie perché non hai preteso mai, perché mi lasci andare, perché sei rimasta a guardarmi fino a quando riuscivi a vedere l’ombra di me che se ne andava via. 

Abbi cura di te, Roma, e rimani sempre fedele a te stessa, sempre. E sorridi di brutto mentre, camminando su tacchi altissimi, ti dico che sei stata il mio passaggio perfetto. 

Dedicato

Dedicato a te, proprio a te, a te che hai detto che il mare è l’unico posto dove vivresti. Dedicato a te, che mi hai dato il privilegio di essere femmina. Che poi me lo hai strappato, mentre ti guardavo con le mani legate. 

Dedicato a te, che hai tagliato le distanze sulla linea tratteggiata, le hai spezzettate come un killer, le hai ridotte a brandelli, e mi hai presa. 

Dedicato a te, che hai mangiato dal mio corpo, che hai dormito sui miei incanti, che hai sparato ai miei sogni per vedere quanti ne buttavi giù. 

Dedicato a te che sei pretesto, che sei uomo e che non ti senti bugiardo. Dedicato al tuo nome, alla tua fedeltà, alla tua voglia di altra pelle. 

Dedicato a me, alle mie debolezze, dedicato alla riverenza con cui mi guardo. 

Dedicato a me, alle cose che ho sbagliato, alle margherite che ho calpestato, agli sputi sopra i falsi eroi. 

Dedicato a te, che mi hai regalato un credo. 

Dedicato a me, che mi sono prestata. 

Dedicato a te, che hai utilizzato i denti per mordere. 

Dedicato a me, che ne ho fatto carezze. 

Dedicato ai tuoi graffi da difendere, alle tue assenze da riempire, ai tuoi specchi da spolverare. 

Dedicato a me, alla mia ingenuità, alla mia incredula tentazione, ai momenti in cui ti ho detto “buttami via”.

Dedicato a chi non si sente. A chi vorrebbe il corpo di un altro. Dedicato a chi ha sempre perso, anche le battaglie che non si è scelto. 

Dedicato a chi scommette solo per il gusto della vittoria, dedicato a chi lo fa per sperare qualcosa di diverso. 

Dedicato a chi ama la fiducia, a chi crede anche se non sa a chi. 

Dedicato alle sterzate pericolose, ai ritmi incandescenti, alle misericordiose scene di pietà. 

Dedicato a chi regala dignità, a chi lo rifà anche quando sa che è sbagliato.

Dedicato a chi pensa sia tutto evanescente.

Dedicato a quei punti di sutura, a quella pelle, a quel nuovo viaggio di molecole. 

Dedicato a chi lo sa, alla diplomazia, alle lotte contro il niente, alla vita mia. 

Ogni Volta

Ogni volta è come quelle lacrime che scendono giù, nella stanza buia e sopra al letto enorme, mentre fuori piove e i lampioni funzionano male e ci godi un po’.
Ogni volta è come questi brividi che mi fanno da pelle, pronti a rovinare l’entusiasmo, distinti e distinguibili, freddi come la stanza.
Ogni volta è come la porta che si chiude, che avevo aperto un attimo prima, che avevo lasciato aperta, tanto oggi non c’è vento, tanto oggi non avrebbe cambiato nulla.
Ogni volta è come fumare per la prima volta di fronte a persone che sanno fumare e sentirsi dire “ma non la respiri”. No, respiro già troppe malinconie, i miei polmoni non ce la fanno.
Ogni volta è come quando decido di andare in scooter lungotevere e penso all’amore, matematico, e all’improvviso si fa estate e penso ancora di più all’amore.
Ogni volta è come quando sbaglio la risposta, e penso “non può essere che questa” e invece erano tutte le risposte del mondo tranne quella.
Ogni volta è come quando evito il dolore, più lo maltratto, più si accumula lì, tra l’addome e la pancia, e spinge, e allora lo accarezzo, quasi che ci faccio amicizia, e inizio a sentire le sue ragioni.
Ogni volta è come quando ci credo, e saltello noncurante del mondo, come quei bimbi in monopattino sulla riviera, che potrebbe passare persino Superman, loro non si sposterebbero mai.
Ogni volta è come assistere ad un battito che manca, all’interruzione di qualcosa, alla mente che scivola là dove brucia di più, e tutto quello che mi serve è tutto quello che non dovrebbe servirmi.
Ogni volta non è come questa volta, ogni volta non assomiglia neanche un po’ a questa volta, e questa volta è davvero sensibile alla paura, perché quando ci si specchia non ci si può mentire, e quando ci si riconosce non può che essere vero, e se questa volta dovesse essere vera, allora questa volta non sarebbe “ogni volta”.

N 41° 53’ 24″ E 012° 29’ 32″

Sono caduta dentro qualche discorso retorico per riuscire a parlarmi meglio, per riuscire a specchiarmi e sorridermi ancora, un’altra volta, senza fare finta di niente, senza farmi troppe domande. È così che di solito iniziano i miei migliori discorsi con me stessa. Ché bisogna parlarsi per conoscersi. Ché bisogna spogliarsi per toccare punti di piacere. E mi sono resa conto di essere caduta anche dentro ad uno di quei momenti in cui l’unica cosa che desideri a tal punto da ignorarla anche se la tocchi è proprio sentirti sola. Sentirsi soli, senza nessuno che possa arrivare, da un momento all’altro, a capire. Sentirsi soli come sentirsi altissimi, talmente alti da respirare un’altra aria, un’altra molecola, e nessuno può arrivare lassù, troppo lassù per milioni di gambe alte. Sentirsi soli e pieni, e fingere e negare. Sentirsi in piedi e con le ali, e credere e sperare. Mentre sforzi i tuoi sorrisi e speri si allarghino perché nessuno deve saperlo, come ci si sente ad alta quota, come ci si sente a queste latitudini, come ci si sente a vedere la bellezza sciogliersi sinuosamente lungo il corpo e lasciarla cadere sul pavimento, come vestiti bagnati dopo un temporale, come miele caduto dall’alto, come riflesso di qualcosa che magari non c’è mai stato. Capitano questi momenti, in cui le cose che realmente sai fare sono soltanto due o tre. E tutto è più facile di restare. E tutto è più facile di scegliere. Poi, quando ti senti al largo, e senti che dopo l’acqua c’è soltanto acqua, e le gambe tremano perché al tramonto, diciamolo, al tramonto l’acqua si fa fredda, allora pensi che sarebbe stato meglio andare dal dentista, tremare quei due secondi della puntura ma poi non avresti sentito più nulla se non degli oggetti metallici infilati in bocca e forse il pulsare del sangue venire su. Maledici il dentista un’altra volta, perché ti fa sempre sbagliare, sia quando hai paura, sia quando credi sia stato meglio avere quel tipo di paura. Allora resti fermo, intorno il niente che ti consuma gli occhi, li chiudi per fare il punto della situazione e più li chiudi e più ritorni al largo. Ti aveva fatto sempre piacere non avere risposte, non avere strade, non avere indicazioni. Ti aveva fatto sempre piacere quando gli altri non si immischiavano, quando te ne stavi per i cazzi tuoi, con gli otto etti di gelato alla stracciatella e libri in francese da leggere al parco. Ti aveva fatto piacere essere una senza regole senza schemi senza concessioni di razionalità. Ed ora ti riempi di domande a cui sai già le risposte perché, diciamolo, uno le risposte le sa sempre, sempre. È più forte di qualsiasi condizione umana, ci sfugge a tal punto da non chiedercelo più, ma cazzo, le risposte le abbiamo sempre e le abbiamo già, hanno il loro spazio dentro noi. Sempre. E alzo le mani, come quando mi sembra stiano per sparare, e confondo sorrisi per proiettili, dentro questa miseria che non sento mia. E ci hanno insegnato a non mollare mai, che gran cazzata, ci hanno sempre insegnato delle gran cazzate, io invece voglio mollare, perché lasciare la presa non vuol dire cadere, e se dovessi cadere non è detto non ci sia un tappeto morbidoso ad accogliere il mio lasciarmi andare. Io mi arrendo. Io mi arrendo, invece, perché è la prima volta che sento di saperlo fare davvero. Di esserne capace. Di averne facoltà. Mi arrendo a questo stare bene. A questi passi che somigliano a prese di coscienza. Mi arrendo a quello che sento, a quello che mi invade, al calore che mi storpia i sensi. Mi arrendo, ed è la prima cosa a cui ho pensato. Mi arrendo perché è l’alternativa migliore. Mi arrendo perché mi sono vista e mentre mi arrendo sorrido. Mentre mi arrendo sono felice. E non arrendersi mai è una gran cazzata, diciamolo. 

Caro Babbo

Caro Babbo,

Quando ho scoperto che babbo si diceva soltanto in alcune parti d’Italia, ci sono rimata malissimo. Pensavo che fosse universale. Che in tutto il mondo si dicesse così. Ma ero talmente piccolina che oggi ci rido su. Ti ho sempre scritto, da quando tu e la mamma mi avete messo una penna tra le mani. Le mie ditine scomparivano di fronte a questo enorme e lungo oggetto. Ti coloravo di blu nei miei disegni perché il tuo grembiule da lavoro era lungo e blu scuro, con la scritta Metaltex stampata sul cuore. Sei sempre stato un lavoratore. Raccontavi che a otto anni eri già nei campi ad aiutare i tuoi genitori. Che la tua infanzia è stata l’infanzia di tanti figli di contadini che negli anni cinquanta cercavano di riconcimare i terreni dopo la guerra. Sei cresciuto con i pantaloni a zampa di elefante, con le foto sbiadite e sorridenti, con gli amici ritratti sopra le prime Fiat di serie. A vent’anni ti sei innamorato di mia madre. A venticinque te la sei sposata. Ti chiedevo sempre delle tue ex, come funzionava, insomma, ai tuoi tempi. Sorridevi ma non raccontavi molto. Dicevi che non c’era niente da dire. Invece eri così bello che non ti credo, babbo. Quegli occhi verdi e quel viso perfetto, la sigaretta tra le labbra a dimostrare il tuo “potere”, quando fumare poteva ancora significare “sono forte, fumo”. Poi hai avuto l’incidente. Il tuo grave infortunio sul lavoro ti ha penalizzato la vita e forse anche il sentire. Chi ti conosce dice che sei cambiato senza esitazioni. Ti ho conosciuto che facevi tutto senza il tuo braccio destro, per me era normale, ma quanto costa ad un essere umano vedersi diverso, irrecuperabile, debole? Inventavi e costruivi mille oggetti strambi, eri un genio della meccanica, ai miei tempi avresti avuto molte più soddisfazioni. Facevi la tua firma e scrivevi in modo perfetto anche con la sinistra. Quando ritrovo qualche scatola dove ci hai scritto su o qualche appunto o semplicemente i numeri dei parenti ed amici nelle vecchie agendine, mi sale un tuffo al cuore. Non hai mai chiesto aiuto, e forse neanche te l’hanno dato. Hanno inaugurato una sala parrocchiale in tuo nome, perché quell’anno che tu ed i tuoi amici siete riusciti a riorganizzare la festa del patrono del paese, non stavi nella pelle. Sei mancato spesso in quei giorni. I preparativi erano scoppiettanti. Eri diverso. Ridevi. Ti piaceva da impazzire. Ti accompagnavo a vendere i biglietti della lotteria nelle case delle contrade. A volte mi vergognavo, ma tu ci sapevi fare. Ci sapevi fare con tutti, babbo. Non so se hai deciso o meno di avere noi tre figli, se siamo stati frutto del Caos o della volontà, ma non ci hai mai fatto mancare niente. Ricordo un sabato pomeriggio, durante il pranzo, quando ti dissi che le mie amiche indossavano le scarpe della Fornarina ed io no, le magliette della Guess ed io no, il tuo viso cambiò colore. Non ti piaceva seguire i marchi, le mode del momento. Andavano nella fabbrica di tuo cugino a fare le scarpe. Erano materiali sicuri. Erano fatte con amore. Poi, un giorno, all’improvviso, sono cresciuta. E forse non è stato più lo stesso. Quando ho scelto di andare via dal paese non hai reagito bene. “Allora non coltivo più l’orto e non faccio più gli animali.” Dicevi. Come se tutto quello che facevi fosse soltanto per me. Come se fosse l’unica ragione. Non so quanto ci abbia fatto bene la distanza, ma so che l’hai resistita poco. Dopo qualche mese già non c’eri più. Senza preavviso. Senza logica. Senza spiegazioni. Puff. Un salto nel nulla. Esiste questo legame viscerale tra animali che hanno intelligenza, questo sentimento atavico di appartenenza, questo cordone che, se si spezza, ti fa finire nel baratro. Da lì in poi sono stata io ad essere diversa. Tutti mi dicevano “ormai sei grande” ma si è veramente grandi a diciannove anni? Vivere da sola, imparare le difficoltà, cavarsela, lavorare dopo l’università per pareggiare i conti, non poter asciugare le lacrime e non poter sopperire alla rabbia di una madre, non sentire più la tua voce, non avere più la tua presenza, vivere di vuoti e di punti interrogativi: questo è “sei già grande?”
Oggi il tempo dondola tra ricordi ed immagini, tra sogni lucidi e speranze di miracoli. Oggi il tempo dice che non saprò mai della mia vita con la tua presenza, l’abitudine scoraggia la paura, la maturità tiene a bada la rabbia. C’è molto di te in me, così mi dicono. C’è molto carattere tuo nel mio. “Non so se andarne fiera”, rispondo sempre. Così uguali da potersi capire al volo e da poter litigare e non parlarsi per giorni. Non so cosa cambierei dei miei attimi con te, ma sono convinta che non cambierei nulla. Eri un uomo di poche parole, forse quelle giuste. Eri l’uomo dall’unico abbraccio, quello che ancora sento sulla pelle. Quel giorno piangevo per un ragazzo, quattordici anni e l’adolescenza, e tu mi hai abbracciato. Ero quasi più alta di te ma tu lo negavi sempre. Invece quel giorno mi hai detto: “Dai, che ormai sei più alta di me!” Smisi di piangere così, senza altre convinzioni. 
Caro Babbo, non credo avremo altre possibilità di dirci qualcosa. Ma scriverti risolve sempre quel senso di assenza che mi circonda. Credo anche che le ultime tue parole da conservare per l’eternità fossero quelle che mi hai detto l’ultima volta che ti ho visto all’ospedale, prima di obbligarmi ad andare via, lontano, e non vedere il momento in cui non ci saresti più stato: “Il bianco ti sta da Dio”. Poi hai sorriso. Anche quello facevi poco. Ma quando lo facevi, spiazzavi. Non sei stato un uomo semplice, non sei stato un padre perfetto, non sono stata sempre all’altezza, non sono stata la figlia perfetta. Ma la biologia ci ha legati a prescindere da noi. Prima di scoprirci e prima di amarci. Tu hai visto il mio primo respiro, tu mi hai regalato il miracolo di vivere, credo non ci sia regalo più grande, credo non ci sia salvezza più grande. 
Caro Babbo, siamo stati il nostro passaggio perfetto, nessuno ha sbagliato. E sono ancora qui ad amarti senza riserve. 

Segreto

Puff. Arriva quella mattina, quel raggio di sole che si infila incauto tra le fessure della finestra, quell’odore di pane sfornato che sale su dalla strada a senso unico. Puff. Arriva quel sorriso che avevi nascosto, quegli occhi che avevi trascurato, quel calore che non ti ricordavi nemmeno più fosse calore. Arriva la speranza, incravattata a festa. Arriva lo stupore, il proverbio cinese tradotto, un origami con le istruzioni, il cubo di Rubik risolto. Arriva quello che chiami sogno. Lo fai scivolare di mano in mano come facevi con i dadi del Monopoli, lo guardi e lo guardi ancora. Non c’è stato niente di male nel custodirlo, nel farlo crescere, nel dedicargli la cura dell’umile, la pazienza del contadino, la speranza del malato, la fede del crociato. 

Arriva. Puff. Come un treno in corsa nei binari perfetti, che se vai a sminuzzare gli ingranaggi ti ritrovi ad un passo dalla perfezione. Arriva quel che è sempre stato, quello che non avevi mai visto, quello che ti spiava agli angoli, mentre il resto ti prendeva le giornate. Arriva come al tramonto il venticello fresco della sera, mentre sorseggi un vino bianco del posto. Arriva che sembri già andato via, invece stavi soltanto aspettando in altro modo. 
Puff. Arriva. Come un maremoto senza avviso. E la tua zattera diventa nave. E la tua paura diventa coraggio. E il tuo posto diventa esattamente il tuo posto. 
Qualcosa che si svela, come un segreto inconfessabile, davanti agli occhi.